Il tragitto è deciso, la valigia quasi.
Lo spazio... troppo, troppo poco. Già da ora, subito.

Poiché qui il tempo vaga sul tardo autunnale
i vestiti restano quelli estivi
di notte i temporali ti scuotono a metà del sonno
e restano troppe cose da fare
immaginate quale sia il mio stato di salute. Sono contenta di poter vantare, oggi, solo un vago mal di testa e stordimento generale.
Quelli che fanno preludio ad un bel 38 e mezzo, domani.
Resta oggi, ed il fatto che in questo malessere generale hanno iniziato mezz'ora fa i lavori un piano sopra il nostro, con tanto di ovvio martello pneumatico.
Niente, niente, niente.
Si nasconde perfino lo Stregatto.
In dolore nella notte
ho rotto un'altra crisalide
con lacrime di pioggia.
Mi chiedevo come le cose potessero cambiare senza passare la falce dolorosa, tragica quasi che taglia il passato per permettere l'arrivo del nuovo.
Come potessero distruggersi o sgretolarsi senza andare male, terribilmente male.
Mai chiedere.
Non è che Stich sia senza fondo; è che è troppo occupato a riempire lo stomaco per sapere se dopo i normali canali ci sia un buco nero, il Calderone della Creazione, l'apertura in un altro spazio a nove dimensioni o cosa.
Diventa normale allora che una sera, in locale pseudo-Far West, di fronte ad uno stupendo lupo bianco impagliato, dalle spalle del gruppo arrivi una voce - un baritono che sembra parli dall'aldilà:
"Che spreco di carne."
Se ogni onda fosse un singolo pensiero? Così sarebbe portata ad infrangersi sul bagnasciuga di questa mente instabile, volubile, adatta al sole come alla maretta.
Ci sarebbero mari di conoscenze ed abissi di misteri, ad aspettare.
E milioni di polli a riva che non si farebbero toccare neppure da una goccia.