Mi perplime l'incoscienza altrui: di ciò che siamo, di ciò che non siamo.
C'è una tale codificazione per gruppi che neppure chi si sente diverso necessita di conoscersi veramente, perché ha già pronta una serie di aggettivi e forme che può vantare a proprio utilizzo.
Restiamo scatole così, vuote; pieni di possibilità che non si avvereranno.
Mi chiedo chi vorrà rispondere per questi futuri infranti.
Dovranno farlo coloro che, invece di cercare, si sono adattati.
Quando a casa trovo mele gialle o che stanno scolorendo, da verdi che erano, mi torna in mente il pranzo di Pipin sugli spalti di Minas Tirith con pane e mele, le ultime della stagione, "gialle e raggrinzite ma ancora sode".
Adoro le mele verdi e croccanti, ma quanto mi piaceva sentire sul palato quel sapore inconsueto; come quando Tolkien descriveva le cene con pane e miele ed ero gelosa di quella crema ambrata, che ha ancora un sapore troppo forte perché mi piaccia veramente.
Da piccola ho passato settimane nelle distese di Rohan, rinunciando alla nobiltà di Gondor per quel sangue troppo bollente.
Mi chiedo in che universi possano perdersi oggi i nuovi lettori; da qui la vista è desolante.
Primavera, vecchi amici e discussioni di lavoro non sono un bel combo.
Soprattutto quando inatteso.
C'è una linea sottile tra il fare qualcosa e l'essere qualcosa... e l'essere soltanto la posizione che abbiamo nella società.
Certi discorsi sono aridi, per quanto si rida pronunciandoli.
Se questo è il posto che dovrei occupare, è ancora più scomodo ed inadatto di quanto ho sempre pensato.
Lo Stregatto esce dalla cucina, seguito dall'aroma del fritto appena fatto. Dalla bocca gli escono tre centimetri di uno stecchetto verde ricoperto di pastella - la zampa del canarino, se invece di una fritella di acacia avesse fatto fuori un volatile.
Zampetta oltre il divano, ricordandosi che c'è una qualche peste infantile che risente dell'eccesso di zuccheri e diventa iperattivo.
Dilettante.