Sabato pomeriggio raggiungo il limite di saturazione tra famiglia, studio ed impegni; per staccare la spina ci vorrebbe una fuga (mare, monti... dove possibile), che però è prevista per la prossima settimana e non anticipabile.
Oppure una fuga nella lettura.
La seconda è di più facile portata, ci scivolo facilmente. Sono anni ormai che giro nel mondo delle fanfiction e devo dire che ho trovato racconti che avrebbero meritato la carta stampata... e che in libreria, senza conoscere a priori l'ambientazione ed i personaggi, non avrei mai scelto.
Ci sono racconti - libri, film - che ci precipitano in un altro mondo, da cui si esce strabuzzando gli occhi: "Come, è questo il reale? Non era quell'altro, con quei colori così diversi, così intenso da apparire vero, così sentito da essere vero sulla pelle?"
Intenso.
E' questo il termine che ha valore per me: qualcosa che prenda.
Un rapporto deve essere intenso, o non vale la pena del tempo che gli si dona; da questo punto di vista, il valore dei miei rapporti si sconquassa a formare un nuovo ordine tutto particolare.
Ho la fortuna di trovare un racconto che prenda; intimo e sentito al punto che mi trovo a ridere internamente di certi passaggi, riconoscendomeli addosso.
A commuovermi, riconoscendo alcuni errori, le labbra stirate nel sorriso che è metà riconoscere uno sbaglio e metà sapere che è passato, imparato, vissuto. Che è parte di me... e non lo è più.
Mi sembra di aver chiacchierato con un'amica.
Un racconto ha lo spazio di un mondo e di un sussurro, inizia e si chiude lasciandoci in balia del presente - un presente diverso, il nostro.
Per cui non è così strano che in serata vada a raggiungere un'altra amica, con addosso quelle emozioni vive; con la consapevolezza che è quasi impossibile spiegare perché mi sembra di aver sviscerato problematiche relazionali per un intero pomeriggio, la voglia di ridere e piangere, e poi ridere ancora perché è terribilmente liberatorio.
Perché si tratta di un punto, una svolta, ed il mondo è ancora nuovo e vivo: da oggi, da ora.
Stamani, sul giornale, la recensione dell'ennesima piattola fantasy della Mondadori.
"Più interessante vedere dragonesse scorazzare libere per Bari, piuttosto che i libri pesanti dei soliti ultra-intellettuali."
Buffo, quando i primi erano pubblicizzati come il capolavoro del fantasy italiano prima ancora di essere stampati.
Perché mai le cose prive di senso devono aver valore?
Perché mai il pregio di un libro sarebbe nel piatto intellettualismo?
Tra GF e Citati c'è un mare, in esso alcune cose hanno valore altre meno. Il valore non è dato dal numero di termini dotti o di ipotesi ardimentose ficcate per pagina, ma da quanto sa dare - da quanto ci permette di affrontarci e di crescere.
"So che non è realistico - mi scrisse una volta una ragazzina, dopo un mio commento al suo lavoro - Ma è il mio racconto, posso farci quanto voglio."
Togliere ogni prospettiva, ogni lotta, ogni volontà per renderlo piatto, veloce... consunto.
Mi sento umiliata da queste prospettive, come persona, come artista, come donna.
A queste cose voglio voltare le spalle.
Siamo il padre e la madre, e più di loro.
In noi convive terra e cielo.
Guardo i piccoli oggetti che mi accompagnano in questi giorni, e vi leggo cambiamenti. Vi leggo consapevolezza.
Mi rifiuto di riflettere il vuoto di chi non osserva nulla del suo Abisso, ma lascia che inghiotta ogni vero sentimento che prova.
Allenamento libera i pensieri e la lucidità.
Ultimamente un bene raro.
Come svegliarmi con la luce del sole, come progettare il presente ad un caffé dando senso e ordine ai penseri vaghi che da un po' bussavano alla coscienza.
Gabbia, non gabbia.
La meschinità umana è immensa ed incontenibile.
Quindi andrò a scroccare un cioccolatino al vicino d'ufficio e mi darò a fare qualcosa di utile.
Una volta tanto.
La festa è un successo ed un fiasco come può esserlo solo La Festa, quell'immane casino che regolarmente si affaccia alle nostre esistenze a fine ottobre.
Troppe sanguisughe di cui farei a meno a ridurre male i festeggiati, eppure risate e persone che vedrei volentieri più spesso.
Ho ufficialmente perso Venzone, perché a quest'ora non ci penso neppure lontanamente ad affrontare le ore di coda verso il paese; e perché in fondo so già che la gola, dopo la tanto agognata tregua del weekend, tornerà a farsi sentire entro sera strigliandomi per le ore fuori al freddo.
E benedetta sia la pashmina che mi hanno regalato Cri ed Alex, ha colore e cAlore perfetti... :P
Mi sento viva della felicità delle piccole cose, per quanto turbate da persone ed eventi molto sbagliati.
Sto riscoprendo la luminosità del mondo, ridendo un po' con compassione - non pietà, compassione - per chi non realizzava di stare soffocando. Ridendo sollevata per chi voleva soffocare tutto attorno a sé ed ora non ha più presa su di me; stringendo i denti per i nuovi che tenteranno di farlo.
Ci sono persone che meritano poco, a stento il tempo per allontanarli. Chi vorrebbe soffocare ogni luce per non ammettere di non voler brillare di luce propria.
La fine di settembre si trascina nel sole, che invita le ultime cavolaie sugli ultimi fiori della stagione. I sogni stanotte mi invitavano verso un ignoto già noto, solido eppure solare.
Fuori si sta meglio che in casa, lasciandosi coccolare dalle foglie secche che il vento trascina e dal profumo di uva dalla vite. Lo sente anche il batuffolo bianco che chiamano cane e che in questo periodo è difficile tenere in casa.
Spalanca le porte come il vento.
Le dita sono come rami spogli e freddi, intirizziti attorno a tazze bollenti sotto il sole.
Una candela accesa alla fine di settembre.